104 - è solo un piccolo foro nel mio petto ma ci soffia un vento tremendo

installazione

installation

Concepita e realizzata nell’ambito del progetto “Altrememorie” da:

Zeroidee

In collaborazione con:

Renato Rinaldi

Conceived and implemented as action of

the “Altrememorie” project by:

Zeroidee

In collaboration with:

Renato Rinaldi

Installazione sonora immersiva per ragionare sulla percezione che abbiamo oggi della guerra e della violenza e per estendere la nostra riflessione sulla condizione umana e sull’inumano che costantemente la minaccia

 

L’installazione parte da una suggestione. Un caso unico nella storia: un soldato colpito sul fronte russo durante la seconda guerra mondiale è sopravvissuto ad una pallottola che ha completamente alterato le funzionalità del suo cervello.

La guerra, la violenza e il conflitto negativo sono nel nostro presente, ne siamo immersi, ma ne abbiamo una percezione chiara? O proviamo forse una sorta di sottile assuefazione, dovuta a differenti e innumerevoli filtri, per cui anche le informazioni più truci ci attraversano ma non si fermano? E ancora, cos’è che ci permette di fermarci, di ascoltare?

Forse tentando di fuggire al male più profondo, che spinge a non riconoscere l’umanità negli altri. O forse per non perdere la nostra umanità abbiamo bisogno di sperimentare il male, la sofferenza sulla nostra pelle?

Attraverso la costruzione di un particolare spazio fisico, sonoro e visivo costituito da 104 elementi di ferro alti 3 metri, il pubblico è immerso in un’esperienza di decentramento simile a quella sperimentata dal soldato russo, icona simbolica di ogni vittima della guerra.

 

Immersive sound installation conceived to think about the perception we

have today of war and violence and to extend our reflection on the human

condition and the inhumanity that constantly threatens us.

The installation starts with a suggestion. A unique case in history: a soldier

hit on the Russian front during World War II survived a bullet that completely

altered the functionality of his brain.

War, violence and negative conflict are in our present, we are immersed in

them, but do we have a clear perception of them? Or do we feel a sort of

subtle habituation, due to different and countless filters, so that even the

most grim information goes through us but doesn’t stop? And again, what

is it that allows us to stop, to listen?

Perhaps trying to escape the deepest evil, which pushes us not to recognize

humanity in others. Or maybe in order not to lose our humanity we

need to experience the evil, the suffering on our skin?

Through the construction of a particular physical, sound and visual space

consisting of 104 iron elements 3 meters high, the audience is immersed

in an experience of decentralization similar to that experienced by the

Russian soldier, symbolic icon of every victim of war.

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